Mauro, Mattia, Marina e Marta: quattro personaggi, quattro romanzi di Lorenzo Zucchi e una domanda che attraversa storie molto diverse tra loro: come si diventa finalmente sé stessi?
C’è un modo particolare di leggere i libri di Lorenzo Zucchi: considerarli non soltanto come storie autonome, ma come parti di una ricerca narrativa che torna più volte sugli stessi punti sensibili dell’esistenza. Cambiano l’età dei protagonisti, il genere, le città, le relazioni e le circostanze, mentre rimane quella distanza difficile da misurare tra la vita che una persona conduce e quella nella quale riuscirebbe davvero a riconoscersi.
Questa continuità diventa particolarmente evidente osservando quattro personaggi: Mauro di Prigionieri del nostro destino, Mattia di In attesa del mio nome, Marina di Storia di tutti i miei colpi e Marta di Soundcheck d’amore. Quattro nomi che cominciano casualmente con la stessa lettera e quattro modi profondamente differenti di sentirsi fuori posto.
I romanzi appartengono anche a momenti diversi della produzione recente di Lorenzo Zucchi. Prigionieri del nostro destino è stato pubblicato nel 2025 da Edizioni Underground?, In attesa del mio nome nel 2026 da Villaggio Maori Edizioni, Storia di tutti i miei colpi nello stesso anno da Chiocciola Edizioni e Soundcheck d’amore nel luglio 2026 da Be Strong Edizioni.
A unirli non è però la cronologia. È una domanda sull’identità.
Zucchi è stato definito “cronista dell’invisibile”, espressione utilizzata anche nella presentazione editoriale di Prigionieri del nostro destino e successivamente fatta propria dall’autore. In un’intervista del luglio 2026 ha spiegato che ciò che lo interessa sono gli “angoli morti” delle storie e le persone che vivono una distanza fra ciò che sono e ciò che il mondo si aspetta da loro. Parlando dei propri personaggi, ha inoltre riconosciuto che quasi tutti custodiscono qualcosa di personale: una paura, una contraddizione, un desiderio o un’esperienza.
Le quattro M consentono di osservare da vicino proprio questa parte della sua narrativa.
Mauro in Prigionieri del nostro destino: quando la prigione è la vita costruita
Mauro è forse il più apparentemente ordinario dei quattro.
Ha superato i quarant’anni, vive a Sesto San Giovanni, lavora come tecnico di elettrodomestici e ha una famiglia composta dalla moglie e da due figli. Poi arriva il lockdown e quella quotidianità apparentemente stabile comincia a mostrare crepe che probabilmente esistevano già prima che il mondo si fermasse.
In Prigionieri del nostro destino, pubblicato da Edizioni Underground? nel 2025, il lockdown non funziona soltanto come ambientazione storica. Mauro continua infatti a uscire per lavoro mentre gran parte delle persone intorno a lui è costretta in casa. Attraversa appartamenti, cortili e una città immobilizzata, mentre il vero confinamento sembra avvenire progressivamente dentro la sua mente.
Emily, Flora e Christelle, definite le sue “Tre Grazie”, entrano in una zona nella quale desiderio, fantasia e realtà diventano sempre meno facilmente separabili. La sinossi editoriale insiste proprio sul progressivo deragliamento mentale del protagonista e sulla perdita di contatto con ciò che lo circonda.
Mauro diventa così l’uomo imprigionato nella propria normalità.
Non è necessario considerarlo simpatico né trasformarlo in una vittima. La sua forza narrativa sta altrove: nell’osservare cosa rimane di un uomo quando i ruoli che lo definivano — marito, padre, lavoratore, individuo inserito dentro una routine — non bastano più a tenere insieme la sua percezione di sé.
Il titolo Prigionieri del nostro destino acquista allora un significato più ampio. La prigione non coincide necessariamente con una porta chiusa. Può essere fatta di decisioni rimandate, abitudini accumulate, desideri che hanno continuato a esistere senza trovare un linguaggio.
La domanda lasciata da Mauro è scomoda proprio perché non riguarda soltanto lui:
quanto della nostra vita abbiamo scelto davvero e quanto, invece, abbiamo semplicemente lasciato accadere?
Mattia in In attesa del mio nome: identità, invisibilità e ricerca di sé
Se Mauro tenta di sottrarsi alla vita che ha costruito, Mattia sembra tentare di sottrarsi a sé stesso.
È il protagonista di In attesa del mio nome, romanzo di Lorenzo Zucchi pubblicato nel 2026 da Villaggio Maori Edizioni. Mattia Rossi ha un nome comune, un impiego anonimo e una vita notturna consumata fra le strade di Milano, heavy metal, alcol, fumo, droghe e cibo spazzatura. Dietro gli eccessi, tuttavia, c’è una sensazione che precede l’età adulta: quella di essere invisibile.
Mattia ricorda di essersi sentito fuori posto già da bambino. Il problema non consiste semplicemente nel non riuscire a integrarsi. È più profondo, perché riguarda la difficoltà di riconoscere e nominare una parte di sé.
Il rapporto con il femminile diventa allora decisivo. Le donne attraversano la sua vita come compagne, amiche e figure desiderate, ma progressivamente affiora un’altra verità: Mattia non vuole soltanto essere amato da loro. Vorrebbe essere come loro. È un elemento esplicitamente presente nella sinossi dell’editore, che trasforma il desiderio sentimentale in uno specchio attraverso il quale il protagonista tenta di capire la propria identità.
Tra le quattro M, Mattia è inoltre quello che possiede il rapporto autobiografico più dichiarato con l’autore. In un’intervista Zucchi ha spiegato che nessuno dei suoi personaggi coincide completamente con lui, ma ha indicato proprio Mattia come uno dei casi in cui il legame è particolarmente forte, affermando che assomiglia molto al Lorenzo di vent’anni prima.
Anche l’invisibilità assume una doppia funzione. Zucchi l’ha descritta come difesa e prigionia: una protezione quando mostrarsi per ciò che si è sembra impossibile, una gabbia quando quella stessa abitudine a nascondersi continua anche dopo aver cercato altrove uno spazio più libero.
Mattia è quindi l’uomo che deve ancora trovare il proprio nome.
Il titolo In attesa del mio nome smette così di essere soltanto suggestivo. Diventa il centro del romanzo: trovare un nome significa riuscire a riconoscere qualcosa che per anni è stato percepito soltanto come disagio, stranezza o mancanza.
Mauro è prigioniero di una vita riconoscibile dall’esterno. Mattia è prigioniero di un’identità che non riesce ancora a riconoscere pienamente dall’interno.
Marina in Storia di tutti i miei colpi ricominciare senza inventarsi un’altra persona
Con Marin cambia il registro narrativo.
La protagonista di Storia di tutti i miei colpi, pubblicato da Chiocciola Edizioni l’8 giugno 2026, ha trentatré anni, è una grafica milanese e accetta un incarico temporaneo a Roma. La situazione potrebbe facilmente diventare l’inizio di una storia convenzionale sulla rinascita: una nuova città, un nuovo lavoro, nuove amicizie e nuove relazioni.
Il romanzo sceglie invece una strada più interessante.
Roma non cancella ciò che Marina era a Milano e non le consegna automaticamente una nuova identità. La espone piuttosto a nuove possibilità e, contemporaneamente, alle contraddizioni che si è portata dietro. Intorno a lei compaiono Camilla, Margherita e Makiyo, insieme agli uomini incontrati attraverso il mondo dei circoli di tennis romani.
Proprio il tennis diventa uno degli strumenti narrativi più efficaci del libro.
Per Marina significa confrontarsi con il corpo, la disciplina, il controllo, il desiderio di migliorare e soprattutto con l’errore. Un colpo può riuscire perfettamente oppure finire fuori campo, ma nessun singolo colpo coincide con l’intera partita.
La metafora funziona perché evita l’idea della trasformazione immediata. Marina non deve cancellare la persona che era e ricominciare da zero. Deve capire come stare dentro la propria vita quando non tutto può essere previsto, corretto o controllato.
È la protagonista del tentativo.
Mauro deraglia dentro la propria fuga.
Mattia cerca ancora le parole con cui definirsi.
Marina prova.
Prova una città diversa, nuove amicizie, il lavoro, il tennis, le relazioni, il desiderio e una forma di indipendenza che sulla carta possiede già, ma che deve ancora imparare ad abitare pienamente.
La sua domanda diventa quindi diversa da quella degli altri: essere indipendenti significa automaticamente essere liberi?
Marta in Soundcheck d’amore: quando partire diventa il primo gesto di libertà
Poi arriva Marta, la più giovane delle quattro M.
In Soundcheck d’amore, pubblicato nel luglio 2026 da Be Strong Edizioni, è una ventenne bresciana soffocata da una famiglia oppressiva. A differenza di Mauro, Mattia e Marina, la sua prima risposta alla sensazione di non appartenere alla vita che le è stata preparata è concreta: parte e segue in tour la band degli Eroi.
Il mondo dei fan e dei concerti dell’Italia degli anni Duemila diventa così molto più di un’ambientazione musicale. Offre a Marta una dimensione nella quale sperimentare una persona diversa da quella che il contesto familiare sembra aver deciso al suo posto.
Accanto a lei c’è Tazio, trentenne proveniente da un’ingombrante famiglia industriale. Anche lui entra nel mondo dei fan per colmare una forma di solitudine, creando una fuga parallela a quella di Marta. Lei vuole allontanarsi da un ambiente che la soffoca; lui da una condizione sociale che, pur offrendogli privilegi, non riesce a dargli appartenenza.
È proprio l’incontro fra due persone provenienti da mondi così differenti a rendere interessante la ricerca di autenticità raccontata da Soundcheck d’amore.
Marta rappresenta la fuga come primo atto di costruzione del sé.
Non possiede ancora la consapevolezza adulta di Marina, non attraversa il labirinto identitario di Mattia e non aspetta che la propria realtà imploda come accade a Mauro. Quando comprende che lo spazio nel quale vive non le permette di respirare, cerca una porta.
Non sa ancora esattamente chi diventerà una volta uscita.
Sa però che non vuole continuare a essere soltanto ciò che gli altri hanno stabilito per lei.
I quattro romanzi di Lorenzo Zucchi e quattro diverse forme di prigionia
Letti uno accanto all’altro, Mauro, Mattia, Marina e Marta sembrano rappresentare quattro declinazioni della stessa esperienza: vivere dentro un’esistenza che non coincide completamente con la persona che si sente di essere.
Mauro scopre la propria prigione quando la normalità intorno a lui si interrompe.
Mattia la porta dentro di sé e deve trovare il linguaggio per riconoscerla.
Marina possiede già strumenti, indipendenza e possibilità di scelta, ma deve capire come trasformarli in una libertà realmente vissuta.
Marta sceglie invece il movimento: esce dallo spazio che la definisce prima ancora di sapere con precisione dove quella fuga la porterà.
La fuga, nei libri di Lorenzo Zucchi, non assume quindi un valore unico. Può essere distruttiva, necessaria, incompleta, illusoria oppure diventare l’inizio di qualcosa.
Il vero protagonista delle quattro M: ciò che normalmente non si vede
Mauro, Mattia, Marina e Marta hanno infine un’altra caratteristica comune: nessuno di loro possiede le qualità tradizionali dell’eroe.
Non salvano il mondo e non devono diventare esempi da imitare. Non sono costruiti per essere sempre gradevoli, coerenti o moralmente rassicuranti.
Sono persone attraversate da contraddizioni.
Ed è probabilmente in questo punto che la definizione di Lorenzo Zucchi come “cronista dell’invisibile” trova il collegamento più evidente con le quattro M.
Mauro rende visibile il lato oscuro che può nascondersi dentro una normalità apparentemente perfetta.
Mattia mostra quanto sia possibile diventare invisibili persino a sé stessi.
Marina porta in primo piano la distanza tra l’autonomia che una persona può mostrare agli altri e la libertà che riesce realmente a sentire.
Marta racconta il momento in cui l’allontanamento da un’identità imposta diventa necessario per poter iniziare a costruirne una propria.
Non cercano semplicemente la felicità.
Cercano una forma di autenticità.
È questo il filo che attraversa Prigionieri del nostro destino, In attesa del mio nome, Storia di tutti i miei colpi e Soundcheck d’amore quattro romanzi diversi di Lorenzo Zucchi che portano in primo piano ciò che normalmente rimane dietro le vite apparentemente comuni -un desiderio che non viene confessato, una solitudine difficile da mostrare, un’identità ancora senza nome, la paura di avere costruito la vita sbagliata oppure il bisogno improvviso di lasciare il posto nel quale tutti sembravano sapere chi dovevamo essere.
Forse è proprio questo che raccontano, insieme, le quattro M di Lorenzo Zucchi: diventare sé stessi non coincide necessariamente con il trovare una risposta definitiva. Prima bisogna riuscire a vedere la distanza tra la persona che mostriamo e quella che, magari da molto tempo, sta chiedendo spazio.
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