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“Dinamiche della malattia e della guarigione” di Maria Teresa De Donato: l’estate come tempo per tornare ad ascoltarsi

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L’estate modifica la percezione del tempo, persino quando non possiamo concederci una vera vacanza. Le giornate più lunghe, il lavoro che in molti settori rallenta e gli impegni che diventano meno pressanti lasciano qualche pausa in più tra una cosa e l’altra, ed è spesso proprio in quelle pause che torniamo ad accorgerci di noi stessi. Durante il resto dell’anno siamo talmente abituati a resistere che finiamo per considerare normale una stanchezza che non passa, un sonno poco riposante o quella tensione sottile che accompagna ogni giornata senza mai abbandonarci completamente.

Quando la corsa quotidiana si interrompe, anche soltanto per qualche ora, il corpo sembra recuperare la possibilità di farsi ascoltare. Affiorano pensieri lasciati in sospeso, emozioni messe da parte perché non era il momento di affrontarle e piccoli disturbi ai quali avevamo promesso attenzione senza poi mantenerla. È un’esperienza comune, che non ha nulla di eccezionale: finché dobbiamo occuparci di tutto, troviamo il modo di andare avanti; appena la pressione diminuisce, comprendiamo quanta energia abbiamo impiegato semplicemente per restare in piedi.

In questo spazio più lento trova una collocazione naturale Dinamiche della malattia e della guarigione di Maria Teresa De Donato, un volume che nasce dal desiderio di comprendere che cosa possa influire sul percorso della salute oltre agli aspetti strettamente fisici. L’autrice osserva l’essere umano attraverso una prospettiva olistica, nella quale il corpo non viene separato dalle emozioni, dalle convinzioni, dalle esperienze personali e dalla dimensione spirituale, perché ogni persona vive la malattia portando con sé la propria storia e il proprio modo di interpretare quanto le sta accadendo.

A rendere particolarmente interessante questa ricerca è la domanda da cui prende avvio, legata all’effetto placebo e alla capacità di alcune persone di percepire un miglioramento anche quando la sostanza ricevuta non contiene un principio attivo. Un fenomeno simile non cancella il valore della medicina e non trasforma la fiducia in una cura miracolosa, ma rivela quanto siano articolati i rapporti tra aspettative, percezione, relazione terapeutica e risposta individuale. La salute non è un interruttore che può essere acceso soltanto con la volontà, eppure il modo in cui una persona affronta la propria condizione può incidere profondamente sulla qualità del percorso.

Maria Teresa De Donato ha esaminato sette casi, raccogliendo le testimonianze dei partecipanti attraverso interviste semistrutturate a risposta aperta, osservazioni distribuite in tre sessioni, note sul campo e trascrizioni. Le problematiche affrontate erano differenti e il campione non pretende di rappresentare ogni possibile esperienza di malattia, ma dai racconti sono emersi alcuni punti di contatto che meritano attenzione.

Fra questi compare un lungo periodo di ansia associato a un intenso stress emotivo, spesso provocato da difficoltà personali o familiari. Non si tratta di stabilire una spiegazione unica per condizioni che possono avere origini molto diverse, bensì di osservare quanto una tensione protratta possa incidere sulla vita quotidiana. Quando una preoccupazione resta con noi per mesi, il riposo perde efficacia, la mente fatica a concentrarsi e persino i gesti abituali richiedono uno sforzo maggiore. Il malessere si inserisce nella normalità con discrezione, fino al punto in cui diventa difficile ricordare come ci sentivamo prima.

Proprio per questo la pausa estiva può assumere un valore che va oltre il semplice riposo. Avere un po’ più di tempo permette di guardare con sincerità alle abitudini che ci sostengono e a quelle che, invece, ci impoveriscono lentamente. Potremmo scoprire di avere bisogno di maggiore tranquillità, di una visita rimandata troppe volte, di una conversazione mai affrontata oppure di un’attività capace di restituirci piacere senza chiedere in cambio prestazioni e risultati.

La cura personale non deve necessariamente assumere la forma di un grande cambiamento. Per qualcuno può voler dire trascorrere più tempo all’aperto, per altri tornare a leggere, ascoltare musica, colorare, fotografare o dedicarsi a un lavoro creativo che durante l’anno viene sempre sacrificato. Può essere importante anche imparare a riposare senza trasformare ogni pausa in un’altra occasione da riempire, perché il tempo libero perde il suo valore quando viene trattato come un elenco di compiti da completare.

Nei casi studiati dall’autrice, accanto allo stress e all’ansia emerge una forte determinazione a modificare la propria condizione, sostenuta dalla fede e dalla convinzione che la guarigione fosse possibile. Questo aspetto può essere letto come la capacità di non consegnare l’intera identità alla malattia, continuando a riconoscersi come persone dotate di desideri, relazioni e possibilità anche nei periodi più fragili. La speranza non garantisce l’esito di una cura, ma può aiutare a partecipare al percorso senza sentirsi soltanto spettatori impotenti.

Resta fondamentale rivolgersi ai professionisti sanitari, seguire le terapie prescritte e approfondire i sintomi che richiedono attenzione. L’approccio olistico acquista valore quando amplia lo sguardo sulla persona senza creare contrapposizioni con la medicina, accompagnando la cura clinica con una maggiore consapevolezza del proprio mondo emotivo e delle condizioni nelle quali si vive.

Il libro di Maria Teresa De Donato offre quindi un’occasione per riflettere senza imporre risposte definitive, ricordandoci che ogni esperienza di salute o malattia appartiene a una storia irripetibile. L’estate, con il suo passo meno affrettato, può aiutarci a riaprire un dialogo con quella parte di noi che durante l’anno resta sommersa dalle urgenze, permettendoci di riconoscere ciò che merita attenzione prima che sia il corpo a reclamarla con maggiore forza.

Prendersi cura della propria salute comincia anche da questo: concedersi il tempo di ascoltare senza giudicare, smettere di trattare la stanchezza come una colpa e accettare che chiedere aiuto possa essere un gesto di responsabilità. Le giornate estive non risolveranno da sole ciò che ci affligge, ma possono offrirci lo spazio necessario per non continuare a ignorarlo.

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