Il dono del diavolo di Daniela di Benedetto

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Il dono del diavolo di Daniela Di Benedetto trova il suo nucleo più disturbante non solo in ciò che racconta, ma nel punto da cui sceglie di guardarlo. La violenza psicologica e sessuale, la rabbia, l’umanità marginale ed emarginata non vengono affidate a uno sguardo cinico, né a una voce moralistica, né al semplice realismo di denuncia. A reggere il racconto è invece una percezione innocente, spontanea, quasi incantata. Ed è proprio qui che il romanzo diventa più duro: l’orrore non viene spiegato, viene mostrato da uno sguardo che non gli appartiene.

Rosy, giovanissima protagonista, venduta a 15 anni per diventare una squillo, non è solo il centro emotivo della vicenda. È il punto che la disordina. Là dove il mondo della sopraffazione si regge sul linguaggio del possesso, dell’uso, del dominio e della degradazione, il suo sguardo introduce uno scarto insanabile. Non perché ignori il male, ma perché non lo assume come lingua madre. Lo attraversa senza farsene tradurre del tutto. Ed è in questo passaggio che avviene il rovesciamento: la violenza perde la maschera dell’abitudine e torna a mostrarsi per quello che è, senza più coperture.

È qui che Il dono del diavolo entra in dialogo con Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam. Non per un richiamo superficiale, ma per struttura. Anche lì la verità non nasce dal discorso dei sapienti o dei potenti, ma da una voce considerata fuori posto: la Follia. Proprio perché esclusa, può rivelare ciò che l’ordine nasconde. Allo stesso modo, qui è una figura ferita e marginale a farsi luogo della verità. Rosy non conferma il mondo: lo espone.

La sua innocenza smette così di essere un tratto psicologico e diventa qualcosa di più duro. Non è debolezza, è irriducibilità. Non la rende meno tragica; la rende più insopportabile. Rosy appartiene alla violenza e insieme la smentisce. Ne è travolta, ma non completamente assorbita. Ed è per questo che il romanzo non si chiude nel degrado: mostra che anche lì resta qualcosa che il male non riesce a prendere fino in fondo.

La dolcezza, la bellezza, la poesia non sono abbellimenti. Sono la prova che la violenza non ha vinto del tutto. Dove tutto spingerebbe verso la deformazione completa, resta uno sguardo che resiste. E questa resistenza è insopportabile per il mondo intorno, perché lo mette a nudo. I carnefici possono dominare il corpo, la vita, il destino, ma non riescono a trasformare del tutto la vittima nella loro lingua.

In questo senso, il legame con Erasmo diventa ancora più netto. Chi è considerato inferiore vede di più. Chi è ritenuto marginale diventa il punto da cui la verità emerge. Il dono del diavolo compie lo stesso gesto: non affida la verità alla forza, ma a ciò che il mondo considera sacrificabile. Ed è proprio lì che tutto si incrina.

Il romanzo diventa così una critica della normalità. La vera deformità non è in Rosy, ma nell’ordine che la produce. La vera follia non è nella sua innocenza, ma in un mondo che ha imparato a chiamare normale la propria crudeltà.

Il dono del diavolo non racconta solo una caduta. Mostra quanto sia insopportabile una purezza che continua a esistere dove non dovrebbe più esserci nulla. Ed è proprio questa presenza a condannare tutto il resto. Come la Follia di Erasmo, anche Rosy non corregge il mondo: lo smaschera. E nel farlo rivela che la verità più dura nasce sempre da ciò che viene scartato, umiliato o distrutto.

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