Ci sono libri che raccontano una storia e libri che, senza chiedere permesso, entrano in risonanza con qualcosa di profondo. Il mozzo della West River di Lucia Zappulla appartiene decisamente alla seconda categoria. È un romanzo che segue uno dei modelli narrativi più antichi e potenti di sempre, il viaggio dell’eroe, ma lo fa con una forza particolare: quella della realtà vissuta.
Il viaggio dell’eroe non è solo uno schema letterario. È un archetipo che attraversa miti, fiabe, romanzi e culture diverse perché parla di noi. Parla del momento in cui la vita ci costringe a uscire dalla zona conosciuta, a lasciare ciò che ci è familiare per affrontare l’ignoto. Lucia Zappulla prende questa struttura universale e la riporta con i piedi ben piantati nella storia concreta, quella dell’Italia degli anni Sessanta e delle grandi migrazioni.
La partenza è il primo strappo. Un’Italia segnata dalla povertà, soprattutto nel Sud, e da una necessità che non lascia spazio a troppe alternative: partire. Verso il Nord, verso l’Europa, verso l’oltreoceano. Il protagonista è giovanissimo, inesperto, e accetta di imbarcarsi su una nave cargo. Non come ufficiale, non come uomo già formato, ma come mozzo, nel ruolo più umile. È una scelta che racchiude paura, coraggio e una malinconia profonda per ciò che si lascia alle spalle. Ed è proprio qui che il romanzo colpisce: la partenza non viene idealizzata, è dolorosa, necessaria, reale.
Il lavoro duro, la nostalgia di casa, la solitudine non spezzano il giovane protagonista. Al contrario, diventano il terreno su cui cresce uno sguardo nuovo. Il mozzo osserva, ascolta, impara. Non solo il mestiere del mare, ma il mondo. E questo ci accompagna naturalmente alla fase centrale del romanzo, quella dell’iniziazione.
Attraversare l’equatore per la prima volta è, nella tradizione marinaresca, un rito di passaggio. Lucia Zappulla lo trasforma in qualcosa di più profondo: una cerimonia interiore che si intreccia alle esperienze vissute nei diversi porti. Ogni approdo è un incontro con culture diverse, con persone, con storie che si incrociano e lasciano segni. È qui che il romanzo diventa emotivamente intenso, a tratti commovente. L’autrice riesce a restituire il vortice di dubbi, emozioni e domande che accompagnano la crescita di un giovane uomo che, senza accorgersene, sta diventando altro.
Non è un viaggio solitario, anche se spesso lo sembra. Accanto al protagonista scorrono altri viaggi umani, altre esistenze che riflettono, amplificano, interrogano. Ed è in questa coralità discreta che il libro trova una delle sue forze maggiori: il mare non separa soltanto, ma mette in relazione.
Il ritorno non è mai un semplice tornare indietro. È una soglia. Quando il protagonista rientra a casa, il percorso di trasformazione interiore si è compiuto, ma non come una chiusura. È un nuovo inizio. Non c’è obbedienza remissiva, non c’è rassegnazione. C’è una consapevolezza diversa, più matura, dei valori che contano davvero e delle scelte future. È il ritorno dell’eroe che ha visto, ha vissuto, ha compreso.
Il mozzo della West River è un romanzo che incuriosisce, che sa far sorridere e commuovere, perché nel giovane protagonista è facile riconoscere una parte di noi. Quella che è già partita, o quella che sta per farlo. Quella che ha avuto paura e ha deciso comunque di andare avanti.
È anche un libro che lascia un augurio silenzioso ma potente: non affrontare le difficoltà come uno scontro, ma come qualcosa da accogliere, attraversare, comprendere. Con spirito critico, con apertura, con amore. Lo stesso amore che Lucia Zappulla ha sempre saputo trasmettere nei suoi romanzi e che qui si fa ancora più autentico perché nasce da una storia vera.
Un romanzo da leggere se amate i viaggi interiori, la memoria, il mare e le storie che sanno restare. Un libro che ricorda che, in fondo, il viaggio dell’eroe non finisce mai.










