Ci sono libri che inizi per curiosità… e poi ti ritrovi a finirli con una specie di nodo alla gola senza nemmeno accorgertene.
L’oblio del demone è uno di quelli.
All’inizio pensi: teatro, audizioni, rivalità, magari una storia già vista. Poi però succede qualcosa. Entra Nathaniel. E cambia tutto.
Nathaniel non è il classico protagonista costruito bene. È uno che capita lì quasi per caso, senza preparazione, senza sicurezza. E forse è proprio questo il punto: quando sale sul palco non sembra che stia recitando… sembra che stia cercando qualcosa. O qualcuno. E questa cosa arriva dritta.
Braiden invece è l’opposto solo in apparenza. Ha presenza, ha ruolo, ha controllo. Però sotto quella sicurezza si sente che qualcosa si incrina, soprattutto quando entra in scena con Nathaniel. Il loro rapporto non è immediato nel senso “facile”, è più… strano, magnetico. Di quelli che non sai spiegare ma funzionano.
La cosa che mi ha colpito davvero è come il teatro smette di essere solo uno sfondo. Diventa quasi una lente: quello che succede sul palco si mischia con quello che succede dentro i personaggi.
E il “demone”… non è mai solo il ruolo. È tutto quello che i personaggi si portano dietro. Insicurezze, paure, bisogno di essere visti per quello che sono davvero. Roba semplice, ma raccontata in un modo che ti resta addosso.
Il romance è costruito magistralmente. Cresce piano, tra tensioni, silenzi, piccoli momenti che sembrano niente ma in realtà fanno tutto. E proprio per questo, quando arriva, si sente.
E quando chiudi il libro, non hai davvero la sensazione che sia finito.
Hai la sensazione che il sipario si sia abbassato… ma che qualcosa, dentro, stia ancora andando in scena.
















